10:55
IranWire, 'Khamenei in condizioni critiche, potrebbe essere in punto di morte'
Mojtaba Khamenei non ha incontrato alcun membro del governo dopo l'attacco degli Stati Uniti al complesso della Guida Suprema e l'uccisione di suo padre e di altri familiari, avvenuti il 28 febbraio. Lo riferiscono due fonti vicine all'amministrazione del presidente della repubblica islamica Masoud Pezeshkian a IranWire, sito di informazione con sede a Londra che lavora con giornalisti della diaspora iraniana e collaboratori interni. Secondo entrambe le fonti, ai massimi livelli del regime circolano con insistenza voci secondo cui egli si troverebbe in condizioni estremamente critiche e potrebbe morire da un momento all'altro.
Da quando Mojtaba Khamenei ha assunto la guida del Paese, non è mai apparso in pubblico né ha tenuto discorsi; le uniche comunicazioni attribuitegli sono alcune lettere pubblicate dalle agenzie di stampa ufficiali. Questa assenza ha alimentato le speculazioni sullo stato di salute e sulla stessa sopravvivenza della terza Guida Suprema della Repubblica Islamica. Una fonte vicina al governo di Pezeshkian, pur confermando che finora nessun membro del governo ha incontrato Mojtaba Khamenei, ha dichiarato che le sue condizioni fisiche sono precarie: "Non ci sorprenderebbe apprendere presto la notizia del suo martirio", ha detto.
10:37
Tre soldati yemeniti uccisi in un nuovo attacco degli Houthi
Almeno tre membri delle forze governative sono stati uccisi nello Yemen centrale in un nuovo attacco dei ribelli Houthi, secondo quanto riferito da una fonte militare yemenita. L'attacco con droni nella provincia di Marib ha causato "tre morti e quattro feriti, secondo un bilancio preliminare", ha affermato la fonte, che ha chiesto di rimanere anonima, dopo gli attacchi di giovedì che hanno causato la morte di almeno 58 soldati.
09:58
Media, la difesa aerea yemenita abbatte diversi droni Houthi su Marib
La difesa aerea yemenita ha abbattuto alcuni droni Houthi su Marib, nello Yemen centrale: lo riporta Al Jazeera citando la TV di Stato.
09:40
Unicef, a Gaza continua a morire un bambino al giorno
Ogni giorno a Gaza un bambino viene ucciso. Da quando è stato annunciato il cessate il fuoco, entrato in vigore nell'ottobre del 2025, avverte l'Unicef, quasi 300 bambini hanno perso la vita, circa uno al giorno per 300 giorni. Nonostante un accordo volto a porre fine ai combattimenti, l'agenzia delle Nazioni Unite denuncia che "i bambini continuano a morire, a soffrire la fame e a lottare per sopravvivere in un territorio devastato". Inoltre sono centinaia, sottolinea l'Unicef, i bambini rimasti feriti, spesso gravemente, mentre le condizioni di vita restano catastrofiche in tutta l'enclave.
"Un cessate il fuoco che provoca la morte di una media di un bambino al giorno è un fallimento per i bambini", ha affermato Edouard Beigbeder, direttore regionale del Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia per il Medio Oriente e il Nord Africa.
Sul territorio, gran parte della popolazione sfollata è ora concentrata in circa un terzo della Striscia di Gaza, in aree dove le infrastrutture sono in rovina, i rifiuti si accumulano e i servizi essenziali rimangono in gran parte inaccessibili.
I bambini continuano a essere esposti alla mancanza di acqua potabile, al collasso dei sistemi igienico-sanitari, alle malattie e a una malnutrizione acuta sempre più preoccupante. Le Nazioni Unite continuano inoltre a denunciare l'impossibilità di fornire aiuto adeguato, con conseguenze drammatiche anche per i neonati. I parti prematuri sono in aumento, mentre gli ospedali, privi di attrezzature e medicinali, faticano a prendersi cura dei neonati in condizioni critiche. L'Unicef rileva che mancano le incubatrici e le poche esistenti accolgono due o addirittura tre neonati alla volta.
Per l'Unicef "questo è ciò che il mondo ha scelto di tollerare.
Si parla di cessate il fuoco, ma le famiglie a Gaza continuano a seppellire i propri figli", dunque l'organizzazione chiede che cessino le uccisioni, che gli aiuti arrivino su larga scala e i bambini vengano protetti.
06:42
Calciatrici iraniane ottengono cittadinanza australiana, 'orgogliose'
Due calciatrici della nazionale dell'Iran, in Australia dove hanno giocato nella Asian Cup in marzo, si sono dette orgogliose di aver ottenuto la cittadinanza australiana, dopo essere state chiamate traditrici in patria per aver rifiutato di cantare l'inno nazionale prima di una partita.
Fatemeh Pasandideh e Atefeh Ramezanisadeh sono parte di un gruppo di sette della delegazione iraniana che hanno chiesto la protezione dell'Australia dopo la protesta durante la Asian Cup femminile di calcio in marzo.
Le loro domande di protezione sono state di imbarazzo per i leader dell'Iran e sono state elogiate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Cinque di loro hanno tuttavia cambiato idea e sono tornate in patria. Pasandideh e Ramezanisadeh sono rimaste ed è stata conferita loro la cittadinanza australiana in una cerimonia mercoledì scorso, presieduta dal ministro degli Interni Tony Burke.
"E' stato per noi un giorno speciale e indimenticabile, ci sentiamo orgogliose e profondamente grate di diventare cittadine australiane", ha detto Ramezanisadeh. Una settimana dopo, le due calciatrici sono state ritratte sorridenti in allenamento con la squadra delle Brisbane Roar. "Quello che hanno passato da febbraio a ora e più di quello che la maggior parte delle persone affrontano in tutta la vita", ha detto una loro portavoce. "Vederle arrivare a questo punto è qualcosa che tutte qui delle Brisbane Roar sono felici di aver svolto una piccola parte in tutto questo. Il Queensland ora è la loro casa".


2 days ago
4



















English (US) ·
French (CA) ·
French (FR) ·