"Mio nonno e altre persone di Palermo investirono 20 miliardi di lire in una società con Silvio Berlusconi, era il 1969-1970, lui ne mise 4-5". Non usa giri di parole il boss di mafia Giuseppe Graviano, condannato per stragi, per dire che il suo parente, Filippo Quartararo, ricco commerciante dell'ortofrutta, era proprio tra quegli imprenditori che misero dei capitali in una società del nord Italia di cui avrebbe fatto parte anche un giovane Silvio Berlusconi, che non era ancora il celebre imprenditore. E quando, nel 1982, suo padre venne ucciso e il nonno lo coinvolse, lui venne a sapere che c'era una "carta privata" che regolava quegli investimenti.
Parole pronunciate in qualità di testimone in un'aula di giustizia - quella di Firenze dove si sta celebrando il processo all'ex gelataio Salvatore Baiardo - che hanno scatenato l'ira di Marina Berlusconi: al tribunale di Firenze "la giustizia si è capovolta - accusa la figlia del Cavaliere -: un feroce boss si è travestito da pm per rilanciare le sue infami accuse senza il minimo contraddittorio, e gli si è permesso di trascinare sul banco degli imputati chi non può difendersi. Questo è il processo contro Baiardo: un monumento all'ipocrisia giudiziaria". Perché, aggiunge, "Baiardo è solo un pretesto: i veri imputati sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, costretti a un processo surrettizio". Immediata anche la replica di Forza Italia, con il leader Antonio Tajani che si dice "indignato" da accuse "infamanti" e "formulate senza contraddittorio". Un segno "di un accanimento giudiziario che va oltre la morte - aggiunge il vicepremier - e mina lo Stato di diritto".
Il filo dei soldi tra Palermo, Milano, Berlusconi e i Graviano è evocato a più riprese nell'udienza dalle domande dei pm Leopoldo De Gregorio e Lorenzo Gestri. Graviano racconta dunque di sapere della scrittura privata "con la firma di Berlusconi", ma aggiunge di non sapere dove sia finita, anche perchè seguiva l'investimento "mio cugino Salvo", che è morto.
Tre gli incontri con Berlusconi che Graviano conferma ai pm. Il primo col Cav insieme al nonno Quartararo e al cugino nel 1982, un altro nel 1986 e uno "a dicembre 1993 per sistemare tutto", sempre a Milano. Graviano ha sostenuto di non aver percepito i proventi di questi presunti investimenti, ma dall'udienza emerge che coi parenti ne avrebbe chiesto conto al Cav come quando dovevano essere scelte le persone da mettere nella società.
Quella del boss è comunque unna deposizione con molti "non ricordo". E in cui nega di aver conosciuto Marcello Dell'Utri, smentendo Giovanni Brusca, di aver mai detto di aver visto un orologio da 500 milioni di lire al polso del Cav, di aver avuto rapporti Matteo Messina Denaro. Pure la "foto con me, Berlusconi e il generale Delfino, che non conosco, è una falsità'", ha aggiunto riferendosi all'immagine di cui si parlò in tv: "non so perché Baiardo l'ha detto a Giletti, ho sentito molte bugie in televisione".
Baiardo, imputato nel processo, lo aveva conosciuto su indicazione di Carmelo Lupo come riferimento per la latitanza nel 1991 a Omegna (Novara). L'ex gelataio, che oggi era in aula, si sarebbe occupato di trattare gli affitti delle case a nome proprio per Graviano - che era latitante e circolava tra Piemonte e Lombardia con l'alias di Francesco Mazzola -, ma anche per un eventuale acquisto di uno o due appartamenti. Anche su questo il pubblico ministero ha richiamato una somma (125 milioni di lire) come proveniente dai proventi della società con Berlusconi. Graviano non è certo dell'importo esatto ma, a domanda specifica, ha risposto così: "in parte il denaro veniva dalle restituzioni di Berlusconi a mio cugino Salvatore per gli investimenti del nonno".
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