La coppa del mondo luccica sotto il sole di Madrid, dall'aeroporto di Barajas al palazzo reale della Zarzuela. E continua a brillare anche quando la luce si fa più radente, mentre lentamente si fa sera, con il bus che percorre le strade di una capitale vestita di rosso e capitan Rodri - che per tutto il giorno lo custodisce gelosamente e con orgoglio lo mostra alle autorità - passa il trofeo ai compagni, in una festa che non conoscerà coprifuoco. È il giorno della gioia, per la Spagna, che riabbraccia i suoi "eroi eterni", "i re di tutti i tempi" - come si leggeva in mattinata sulle prime pagine dei quotidiani, tra gli elogi del gol di Ferran Torres e del salvataggio provvidenziale, al 120', di Cubarsí.
La seconda stella è già ovunque, sui palazzi e sui teloni che coprono le impalcature, dopo aver già fatto capolino in una maglietta ufficiale mostrata sul prato del MetLife Stadium dopo la partita. E c'è tanto da celebrare, per una nazionale che nel nuovo millennio ha vinto cinque volte su cinque quando è arrivata nelle finali di Europei e Mondiali, per un movimento che si ritrova sul tetto del mondo sia con gli uomini sia con le donne, e che lo fa con un ct che ha allenato 18 dei 26 giocatori nelle varie Under della Roja prima di averli a disposizione, qualche anno dopo, nella spedizione nordamericana per un altro trionfo. Ci sono pure 50 milioni di dollari, tutt'altro che sgraditi, che la Federazione incasserà dalla Fifa come premio, il più ricco di sempre.
La Spagna maschile sale al primo posto del ranking Fifa, raggiungendo quella femminile, e scende dall'aereo che la riporta in Europa con un programma serrato da rispettare. Per prima cosa c'è la visita alla famiglia reale, già a New York protagonista dei festeggiamenti, con Felipe VI, la moglie Letizia e le due figlie a ballare in mezzo al campo assieme ai giocatori. Alla Zarzuela, l'atmosfera è un minimo più formale, ma il re non dimentica le emozioni della sera prima: "È stata una vittoria epica - riconosce, nel suo discorso alla squadra -.
È stato un privilegio e un piacere per noi quattro, ieri sera, vedervi giocare la finale e poter festeggiare con voi quel momento in cui avete alzato la coppa, con immensa gratitudine da parte di tutta la Spagna".
Poi c'è il ricevimento dal primo ministro, che invece al MetLife Stadium era rimasto un po' più defilato, evitando di condividere la scena con il presidente statunitense Donald Trump. Pedro Sanchez si rifà, però, incaricandosi di buttare una suggestione che già pensavano in tanti: "Avete confermato ciò che diceva Luis Aragones, ovvero che 'le finali non si giocano, si vincono' - arringa, prima di dar voce al desiderio che una Spagna sicura di sé neanche reprime troppo -. Siamo a quota due su due, e perché no, nel 2030 possiamo sognare che non ci sia due senza tre, per di più essendo Paese ospitante".
"Abbiamo vissuto con emozione e orgoglio il fatto di rappresentare un Paese meraviglioso, con tifosi che ci sostengono con tutto il cuore - racconta un commosso De la Fuente, il più anziano ct a vincere un Mondiale -. Tutto è più semplice quando si ha a che fare con calciatori meravigliosi, esemplari, che ti rendono le cose più facili. Questa è la migliore squadra del mondo, con la S maiuscola. È proprio questo che la rende ancora più grande: quella sensazione di non poter mai perdere. È con questa sicurezza che affrontiamo tutte le partite".
Una sensazione che trova anche conferme nelle statistiche: con la vittoria nella finale, la Spagna ha soffiato all'Italia di Mancini il record di match consecutivi senza sconfitte, arrivando a quota 38, in una striscia che comprende sia gli Europei sia i Mondiali. O ancora, il solo gol subito nel corso dell'intero torneo. Numeri impressionanti, per la Roja, che non possono che inorgoglire chi ne fa parte. È il caso di capitan Rodri, per cui "vincere con la propria nazionale è la cosa più bella che ci sia, soprattutto un Mondiale. Questa generazione è cresciuta vedendo Iniesta e Casillas sollevare la Coppa; farlo noi, adesso, è la cosa più grande che si possa fare nel calcio"
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