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Bad Bunny seduce Milano, il reggaeton come politica e cultura globale

12 hours ago 3

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Quasi tre ore di musica, danza e orgoglio identitario. Ma soprattutto la dimostrazione che il pop mondiale non parla più soltanto inglese. Davanti a quasi 80mila spettatori all'Ippodromo La Maura, prima delle due date milanesi del Debí Tirar Más Fotos World Tour, Bad Bunny ha trasformato un concerto in un manifesto culturale. A un certo punto un gigantesco rospo animato compare sui maxischermi e ammonisce chi non conosce la lingua: "Vi state perdendo il messaggio". In realtà il messaggio arriva lo stesso.

Bad Bunny infiamma Milano

Passa dalla musica, dalle immagini, dalla partecipazione di un pubblico che canta ogni strofa e dalla volontà del 32enne Benito Ocasio di non tradurre mai se stesso per piacere al mercato internazionale. In un'epoca in cui molti artisti cercano compromessi linguistici per conquistare il pubblico, Bad Bunny ha fatto il percorso inverso. La sua produzione resta saldamente in spagnolo e profondamente radicata a Porto Rico. Eppure oltre trenta sue canzoni hanno superato il miliardo di ascolti, gli album dominano le classifiche e nel 2025 Debí Tirar Más Fotos (Avrei dovuto scattare più foto) è diventato il primo disco interamente in spagnolo a vincere il Grammy come Album dell'anno. Lo spettacolo, aperto dalla band Chuwi (ovviamente portoricana), riflette questa doppia anima. La prima parte sorprende anche chi identifica Bad Bunny solo con il reggaeton. Sul palco c'è una grande orchestra, con salsa, strumenti tradizionali e momenti che sfiorano la sperimentazione. E i ballerini con i cappelli di paglia, usati dai lavoratori agricoli. Baile Inolvidable, uno dei pezzi più ricchi a livello stilistico, si apre con un lungo assolo di sintetizzatore, mentre la band dimostra una libertà esecutiva rara, lasciando spazio agli assoli e all'interplay tra i musicisti. Poi tutto cambia. Benito abbandona l'abito elegante color crema, indossa una giacca da ragazzo di strada e i classici pantaloni larghi a tre quarti. Reggaeton, latin trap e hit come Tití Me Preguntó fanno esplodere La Maura, mentre laser, fuochi d'artificio e led lampeggianti avvolgono il pubblico in un autentico rave latino.

Bad Bunny infiamma Milano

Il secondo atto dello spettacolo è ambientato nella discussa La Casita, replica di una tipica abitazione portoricana, simbolo delle battaglie dell'artista contro la gentrificazione che sta trasformando Porto Rico. È un'immagine potente: la casa delle radici diventa il cuore dello spettacolo, il luogo da cui Bad Bunny canta circondato dai ballerini come durante una festa di quartiere. Ma La Casita, situata in mezzo all'Ippodromo, rappresenta anche una contraddizione, perché è uno spazio riservato a ospiti vip, influencer e fan selezionati. Anche se sembrano perlopiù tutte modelle. Da simbolo della memoria popolare a esclusivo salotto privilegiato: una scelta che entra in tensione con il messaggio di inclusione sociale che attraversa il suo lavoro. Contraddizione che non cancella il peso culturale di un artista capace di incidere sul dibattito politico. Dalle prese di posizione contro le politiche migratorie dell'amministrazione Trump alla scelta di non portare il tour negli Stati Uniti per il timore di controlli dell'ICE, Bad Bunny usa la popolarità come piattaforma civile.

Bad Bunny infiamma Milano

 Nessun artista di lingua spagnola aveva mai riunito un pubblico simile in Italia. Bunny è il cuore musicale di Porto Rico, ma anche di Cuba, Brasile, Perù, Nicaragua: il reggaeton, contaminato con salsa, bomba, musica jíbara, trap e pop, non è più un genere da classifica, ma un linguaggio globale e politico. Bad Bunny ne è il volto più autorevole: un artista che ha trasformato le proprie radici locali in un fenomeno universale, dimostrando che oggi il centro della musica, a livello sociale, possa trovarsi molto lontano dall'inglese. E che il centro del mondo possa abitare e ballare - soprattutto - fuori da "questi" Stati Uniti.
   

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