Addio alla favola di un calcio piccolo che si fa grande. È morto questa mattina a Verona Osvaldo Bagnoli, progressivamente spento da una lunga patologia neurodegenerativa, e con lui se ne va un pezzo di storia dello sport nazionale, l'uomo mite che trasformò l'impossibile in realtà portando a Verona un irripetibile Scudetto. Lo chiamavano il Mago, o lo Schopenhauer della Bovisa, mettendo in risalto le sue doti di allenatore o quelle di uomo, tendente al pessimismo o più semplicemente al tenere i piedi per terra.
Un ragazzo milanese venuto su nel quartiere operaio di Milano, che dopo una più che onesta carriera da calciatore si era seduto in panchina, diventando artefice di varie imprese: dalle prime promozioni all'incredibile successo a fine carriera del suo Genoa a Liverpool, prima italiana di sempre a espugnare Anfield. Su tutte, però, resta quella alla guida dell'Hellas dell'85, ancora oggi un'anomalia statistica, unica squadra di provincia a vincere la Serie A a girone unico. Solo Boskov, con una Sampdoria più facoltosa, ci si sarebbe avvicinato in Italia, solo Ranieri a Leicester, in anni recenti, è riuscito a ripetere un qualcosa di simile nel campionato nel frattempo diventato il più importante del mondo.
Da giovane centrocampista Bagnoli era arrivato al Milan, dove trovò il Barone Nils Liedholm a prenderlo sotto la sua ala, poi iniziò a girare per l'Italia, incrociando per la prima volta Verona, per lui 'galeotta' più che 'fatale', dato che lì incontrò la donna che sarebbe diventata sua moglie. Dopo un po' di spola tra la A e la B un paio di infortuni che lo costrinsero a spostarsi in panchina, il posto dove la persona riuscì a emergere in tutte le sue qualità, e a lasciare il segno in varie piazze: Fano, Cesena e poi la città veneta, in un decennio ricco di gioie e di storie. Fu la sua gestione degli uomini a renderlo grande, a far diventare possibile un trionfo come lo Scudetto che, sulla carta, era impossibile nella A dei Mardadona e dei Platini. Una capacità unica di fare gruppo, di valorizzare ogni individuo creando squadre che erano macchine perfette, un inno all'ordine tattico, capaci di muoversi con la stessa coesione sia in possesso che in fase di non possesso palla.
Nell'anno dello scudetto, la prima partita coincise con la prima del 'Pibe de Oro' in Italia: nessun problema, marcatura a uomo del nuovo arrivato Briegel, convinto con tre parole, e Verona 3-Napoli 1. L'inizio di una cavalcata irripetibile che portò addirittura la punta gialloblù Elkjær Larsen ad arrivare secondo al Pallone d'oro. "Ricordo che negli ultimi 10 secondi della partita contro l'Atalanta gli chiesi di dire quella parola, scudetto, ma non ce l'ho fatta, poi dopo il fischio finale si è liberato", il ricordo di Galderisi, attaccante di quel Verona. Il pessimismo - ecco il perché del breriano 'Schopenhauer' - e l'umiltà di un uomo che fino in fondo non riusciva a credere a un sogno più grande di lui.
"Quell'impresa resta una delle pagine più belle e sentimentali del nostro calcio", dichiara il presidente della Figc Giovanni Malagò. Il sindaco di Verona Damiano Tommasi, cresciuto in campo con lo stesso ruolo, ricorda di essere "cresciuto con il mito di quello scudetto. Bagnoli era un uomo parsimonioso con le parole, capace di andare dritto al punto. Non morirà mai, perché il legame che ha creato con Verona e con il calcio italiano è indissolubile". "Hai portato lo Scudetto in una città che non aveva mai sognato così in grande - saluta infine il club -. E tu, ora e per sempre, sei una leggenda inimitabile di tutto il calcio italiano, sei il più grande di tutti. E ci manchi già".
Martedì i funerali di Osvaldo Bagnoli, a Verona lutto cittadino
Il sindaco di Verona, Damiano Tommasi, ha proclamato per martedì 21 luglio il lutto cittadino in occasione delle esequie di Osvaldo Bagnoli, storico allenatore del Verona dello scudetto, scomparso oggi. I funerali si terranno nella Basilica di San Zeno, luogo simbolo della città. Per l'intera giornata di martedì, quale segno di cordoglio e vicinanza dell'intera comunità veronese, la bandiera civica sarà esposta a mezz'asta in tutte le sedi comunali.
Osvaldo Bagnoli, successi e buon senso: da Bovisa allo scudetto del Verona, l'avventura di un grande del calcio
Un rivoluzionario del calcio con un carattere talmente schivo da metterne in ombra meriti e successi. Eppure quella cavalcata inarrestabile che portò il suo Verona a conquistare un incredibile scudetto nel 1985 lo ha relegato per sempre nella leggenda. Osvaldo Bagnoli nato nel 1935 a Milano è uno dei personaggi più enigmatici ed interessanti della storia del pallone. Quando il 12 maggio del 1985 a Bergamo gli scaligeri conquistarono aritmeticamente lo scudetto, al fischio finale un esuberante Gianpiero Galeazzi armato di microfono si fiondò verso l'allenatore artefice del quel miracolo sportivo: "Bagnoli sei campione d’Italia e non mi dire che non te lo meriti”, sentenziò. Bagnoli rimase quasi stupito, e abbozzò un sorriso imbarazzato per ringraziare. E' un anti-eroe del calcio "strombazzato": aveva appena realizzato un'impresa che aveva stupito l'Italia.
Oggi, nell'era dei social, sarebbe inimmaginabile vedere la sua compassata compostezza. Ma questo lo ha reso speciale. "Lo Schopenhauer della Bovisa (il quartiere di Milano dov'è nato)", come lo aveva definito con un tocco di rispettosa ironia Gianni Brera, guidava il Verona dal 1981: aveva preso l'Hellas in Serie B e conquistato la promozione, al primo anno in massima serie ha raggiunto subito un incoraggiante quarto posto.
Nel 1984, dopo un deludente ottavo posto, il presidente Celestino Guidotti gli garantisce piena fiducia. Bagnoli, con un budget ridotto rispetto ai club più blasonati, mette su una squadra di cosiddetti "scarti", giocatori che provenivano da grandi squadre che non li consideravano però "alla altezza" di stare in una big. Si riveleranno campioni.
E' la scommessa di Bagnoli, anche lui arrivato in A dopo anni di “peregrinazione da pedatore di ventura” come scrive Brera. Gli "scarti" compiono il miracolo: Claudio Garella in porta, il libero Roberto Tricella lasciato andare via dall'Inter e capitano del Verona a soli 23 anni, il regista Antonio Di Gennaro che la Fiorentina non vuole, l'ala destra Pierino Fanna che la Juve non trattenne a Torino.
Gli stranieri all'epoca potevano essere al massimo due: arrivano il tedesco Hans Peter Briegel sulla fascia sinistra e "cavallo pazzo" Preben Elkjaer Larsen, sconosciuto attaccante danese.
Ma l'allegra brigata di Bagnoli mette in fila l'Inter di Rumenigge, la Juve di Platini, il Napoli di Maradona, la Fiorentina di Socrates, l'Udinese di Zico e il Torino di Junior. Non ce n'è per nessuno. E' la sua apoteosi: la vittoria che a Verona, ma non solo, lo rende un eroe intoccabile. E' il suo secondo scudetto: nel 1957 lo aveva vinto da calciatore con la maglia del Milan.
Lascia il club scaligero solo dopo il cambio di proprietà. Un passaggio al Genoa con un quarto posto, miglior risultato del dopoguerra per i rossoblu, e una semifinale di Coppa Uefa persa con l'Ajax. Poi l'esperienza all'Inter, finalmente in una big. A Milano, dopo un incoraggiante secondo posto all'esordio, va male nella seconda stagione a causa dei difficili rapporti con alcuni giocatori: arriva l'esonero. Così Bagnoli, che non scende mai a compromessi, decide a soli 59 anni di dire addio al calcio. "Se un insegnante non sopporta più i suoi allievi, allora è meglio che smetta", ha poi spiegato anni dopo.
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